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01/01/2013, 14:38

firenze, filosofia, psicanalisi, clinica





 I quaderni della Ginestra - Vincenzo Loriga



Vincenzo Loriga - I quaderni della Ginestra

"La Ginestra. Associazione di cultura psicoanalitica." nasce verso la fine degli anni ‟80 come gruppo di lavoro di ricerca composto da psicoanalisti di diversa formazione, da filosofi, poeti, scrittori e intellettuali radunati da Vincenzo Loriga intorno a un progetto ispirato al canto leopardiano "La ginestra o il fiore del deserto". Dopo alcuni anni di lavoro sulla filosofia e sulla psicoanalisi, sulla teoria e sulla clinica, verranno pubblicati i "Quaderni di cultura psicanalitica", prima da Edizioni Associate di Roma (dal 1991 al 1993), poi da Franco Angeli di Milano (dal 1994 al 2002), per un totale di tredici volumi monografici.

Illustreremo in seguito la ricchezza dei contenuti e la varietà degli interventi presenti nei "Quaderni", ma abbiamo scelto di affidare al fondatore della nostra associazione, Vincenzo Loriga, il compito di stendere una sintesi del nostro progetto ispiratore che viene qui di seguito pubblicata:
 
I Quaderni della Ginestra
 
Nel presentare il primo numero dei Quaderni della Ginestra (Prima serie, Edizioni Associate, Roma 1991), scrivevo queste righe.
 
"Perché la Ginestra? Un omaggio al pensiero leopardiano, alla sua carica eversiva, una delle più alte nella nostra timoratissima letteratura. E un omaggio al suo materialismo.

Leopardi non ha mai rinnegato l‟importanza del corpo, e di un corpo provato come il suo, e con lucido
coraggio ha ostinatamente rifiutato qualsiasi forma di spiritualismo consolatorio.
Per questo non si sarebbe mai sognato di distinguere la vita della fantasia - oggi magari la si chiama immaginale - dalla realtà corporea (la robustezza fantastica degli antichi non era per lui intimamente legata
alla robustezza del corpo?)"
 
Un cantore del desiderio, ma concreto, ma animale. Radicato nei sensi, come la ginestra sui campi del Vesuvio.

Da vero illuminista, Leopardi teneva alla vita. E ambiva alla felicità. A quella personale, e non soltanto pubblica (è pensabile una felicità pubblica?).

Un fratello di Freud.
Col quale ha in comune il bisogno di un linguaggio veridico, aperto al campo del possibile, che diffida dei sistemi, delle visioni onnicomprensive, delle soluzioni già pronte - renitente ai miti di salvezza.
Un work in progress, che mette in luce, con pazienza sottile, l‟inanità di certi presupposti culturali. Una guerra agli slogan, morali, mentali, linguistici.
C’è di più. Sia Leopardi che Freud partono da un presupposto, che la cultura umana non può controllare i suoi limiti, può appena gestirli. La radicalità della loro posizione consiste appunto in questo: sessualità e morte (i due limiti), frustrano i nostri buoni propositi. Contro di essi l‟operare umano urta, inciampa, smarrisce il senso delle sue finalità. Può scavalcarli, ma per ritrovarseli davanti il giorno dopo. Lacan, sottolineando l‟originalità e la novità della lezione freudiana, parlava di "contingenza irriducibile". Uno "zoccolo duro", il reale, che non è "mediabile", non può essere modificato da nessun artificio del pensiero. Può al massimo essere occultato.
Citerò ora un illuminante passo dello Zibaldone leopardiano.
"Quel che si dice dei mirabili ordini dell‟universo, e come tutto è congegnato per conservarsi insieme ec., è come quel che si dice che i semi non si depongono, gli animali non nascono, se non in luogo dove si trovi il nutrimento che lor conviene, in luogo che loro convenga per vivere. Milioni di semi (animali e vegetabili) si posano, milioni di piante e di animali nascono in luoghi dove non hanno di che nutrirsi, non possono vivere.
Ma questi periscono ignorati; gli altri, e non so se siano i più, giungono a perfezione, sussistono, e vengono a cognizione nostra. Sicché quel che di vero si è, che i soli animali ec. che si conservino, si maturino, e che noi
conosciamo,  sono  quelli  che  capitano  in  luoghi  dove  possono  vivere.  Ovvero,  gli  animali  che  non ca pit ano,ec ., non vi vono..."  Ecco qui affacciarsi il Caso.
 Del qual e, qua ndo è posi ti vo, nes suno si  occupa:  ci  si  acc ontenta  dei  doni  che  porta.  M a  qua ndo è ne gati vo...
 gli spiritualisti non si danno pace se non riescono a "dialettizzarlo‟. Ma è proprio ciò che Leopardi, e Freud
 con lui , si rifiutano di fare. Contestando  l‟ i dea  di  Provvidenza  (se essa  c’è,  i  suoi  li mi t i  sono  tanti ,  sembra  suggerire Leopardi).
Come si può "dialettizzare‟ ciò che affonda le sue radici nella carne, o, meglio, esiste grazie a essa, com’è il caso del sesso e della morte?
 
Questa domanda Freud l’ha lasciata ai suoi mille successori. Di fronte a un evento negativo, che sfugge alle nostre capacità di previsione, e supera le nostre capacità di sopportazione, cosa si può fare? Né il chiarimento razionale, né la persuasione, né l‟elaborazione simbolica bastano ad attenuare il danno e a liberarci dalla sofferenza. Possono al più sedarla per qualche tempo. E‟ la chiara coscienza di quest‟impasse a distinguere l‟operare dello psicoanalista da altre forme di intervento psichico.
Cosa potrà allora fare lo psicoanalista? Guardiamo al transfert. Esso, checché se ne pensi, non serve a rendere il paziente cosciente del proprio passato, serve semmai a farglielo rivivere (cosa ben diversa). E in esso, è praticamente la figura dell‟analista a venire in primo piano.
Forse non ci si sbaglia troppo a dire che il transfert è una particolare forma di attrito fra due persone condannate a stare per lungo tempo insieme. E che l‟elaborazione avviene grazie a questa forma di attrito. L‟analisi infatti non è un riconoscersi allo specchio (in tal caso l’autoanalisi sarebbe sufficiente), è un lento formarsi o ri-formarsi della personalità grazie all’intervento di un altro.
Un altro ci ha feriti - in un tempo remoto - e un altro ci aiuterà a sanare la ferita.
 
Freud e Leopardi sono tutt’e due convinti della materialità dell‟anima. Essa è "corporea‟.
La ricerca della felicità, a cui in una prima fase è dedicata la loro ricerca, è legata a tale costruzione. Ma ciò che è corporeo non può garantirci nulla di stabile. Donde il fatale disinganno.
Freud e Leopardi volteranno le spalle alla loro primitiva illusione. Leopardi, poeta, accuserà la Natura, questa madre matrigna, di malvagità. Freud, scienziato, riterrà preferibile fare i conti con la contraddittorietà della natura umana.
 
Ma non è solo l‟anima ad essere materiale; lo è anche un suo prodotto: il linguaggio.
"Tutto è materiale nella nostra mente e facoltà. L‟intelletto non potrebbe niente senza la favella, perché la parola è quasi il corpo dell‟idea più astratta. Essa è infatti cosa materiale..." (Zibaldone 16657-16658).
E‟ dunque possibile pensare senza parlare?No, è la risposta di Leopardi.
Ma se l‟anima è materiale, la materia a sua volta è animata. Così: " la materia pensa e sente; perché tu vedi al mondo cose che pensano e sentono, e tu non conosci cose che non siano materia." (Zibaldone 4253).
Anche qui la distanza fra i due grandi non è così grande. Sono più d‟uno   passi dove Freud descrive la difficoltà del pensiero a liberarsi dai ceppi della parola. In uno, addirittura, si dilunga a parlare della difficoltà a distribuire secondo il proprio criterio qualcosa di già scritto. Il materiale da te stesso prodotto (der Stoff) è lì a importi le sue condizioni.
 
Che il linguaggio sia materiale, non vuol dire che sia prevedibile. Vuol dire appunto che non riusciamo a controllarlo che in parte.
Ma Freud non ha mai tematizzato l’idea, più volte accennata, di un   inconscio linguistico (oltre che pulsionale).
Lo farà dopo di lui Lacan.
 
Vincenzo Loriga


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